Ho iniziato a leggere “Storia della Bellezza” a cura di Umberto Eco; sin dalle prime pagine traspare un orientamento relativista circa il tentativo di definizione di Bello e Bellezza, un relativismo che deve essere letto come strettamente legato allo sfondo culturale, storico e politico inerente ad ogni periodo artistico.
Mi ha incuriosita molto però, come sia comune, tra le culture più diverse, l’ accoppiamento delle diadi bello/buono e brutto/cattivo così come pure luce/buono e buio/cattivo. In realtà, già nell’antica Grecia veniva contemplato l’accostamento tra Apollineo e Dionisiaco, come testimonia la duplice raffigurazione delle rispettive divinità, Apollo e Dioniso, l’uno sul frontone occidentale l’altro sul frontone orientale del tempio di Delfi; ma sarà tematizzata soltanto molti secoli più tardi da Nietzsche.
Lo strascico di questi insegnamenti rimane tutt’oggi dai più letto in maniera confusa e superficiale; per questo (quasi) tutta i libri per l’infanzia e l’adolescenza sono pieni di rinvii ad una visione dualistica e quanto mai sbagliata circa le modalità di manifestazione delle virtù e, soprattutto, su cosa sia la virtù, o per dirla in termini semplicistici ma tremendamente diffusi, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Qualsiasi affermazione che sia volta a generare proposizioni assolute è errata secondo me; qualsiasi codice morale o etico è relativo perché sono gli uomini e scriverlo e ad imporlo; la stessa legge è relativa, non è né giusta né sbagliata, e come tale deve essere concepita ed interpretata.
Nessuna morale è corretta: sta al singolo individuo andare ad interrogare se stesso, a svuotare la propria coscienza dai preconcetti per riempirla dei valori, dei pensieri e dell’istruzione che maggiormente ritiene essere consona al suo modo di essere e vedere le cose.
Altrimenti ci troveremo a dover ammettere che esistono persone “giuste” e persone “sbagliate”.
Fingiamo l’esistenza sulla Terra di una sola piccola comunità di dieci persone; di comune accordo stabiliscono tutta una serie di regole per la convivenza serena e pacifica del gruppo. Una sorta di decalogo inerente all’ambito politico, sociale, morale, religioso. Con gli anni però, uno dei membri della nostra comunità (chiamiamolo Mr X)felice sente che dentro di sé quel modo di vivere e di vedere le cose non gli appartiene e un senso di frustrazione, di mancanza di libertà, di ipocrisia cresce sempre più forte e soffocante dentro di lui. Un giorno un membro della comunità viene trovato morto, ucciso da Mr X. Come dobbiamo intendere questo suo comportamento e come giudicarlo? Sbagliato, secondo la legge, la morale e la religione: ma giusto per Mr X. Oppure dovremmo ipotizzare che Mr X sia una specie di uomo “mal riuscito”, la devianza o il difetto, rispetto alla perfezione ed esattezza del modo di vivere di tutti gli altri. E come ci si dovrebbe comportare nei suoi confronti: eliminarlo? In questo modo diventeremmo noi stessi degli uccisori, contraddicendo lo stile di vita sostenuto fino a quel momento. Cercare di educarlo? E’ davvero possibile riuscire in questo? Io non credo; Mr X si è sentito appagato quando ha conficcato quel coltello nel ventre dell’uomo. Si è sentito bene, rilassato, finalmente esprimeva un suo stato d’animo, il suo essere. L’esempio va in extremis, ma a questo punto vi chiedo di pensare a tutto ciò che viene insegnato come “sbagliato” e cambiare la prospettiva nell’analizzarlo.
In ogni cosa, che sia della natura o dell’uomo, apollineo e dionisiaco esistono contemporaneamente; forse non sullo stesso piano e non si esprimono nello stesso modo ma giudicare l’uno giusto e l’altro sbagliato mi sembra estremamente illogico e quanto mai presuntuoso. In natura può esistere un ruscello che scorre placido e tranquillo appena fuori da un boschetto di sempreverdi freschi e profumati; ma può esistere anche un tornado, la piena di un fiume, un monsone. Nell’uomo può esistere la fedeltà, la coerenza, il rispetto per gli altri esseri viventi; ma può esistere anche il tradimento, l’ essere volubile, il piacere nell’uccidere altre persone.
Non mi sento di giudicare nessuno, né tantomeno di porre paletti o limiti: credo solo che dovremmo imparare a convivere e a rispettare tutto ciò che è diverso, a non considerare come impossibili o lontane dalla nostra vita imprevisti e catastrofi. Soprattutto dovremmo imparare a limitare le giustificazioni (Dio, il sistema, la cultura, la natura) e assumerci la responsabilità piena delle nostre azioni, cercando di formare noi stessi come esseri pensanti, indipendenti, in un’ ottica globale di convivenza, anche con gli elementi naturali che ci circondano e fondano noi e il nostro pianeta.
Torniamo alla preistoria e avremo un mondo che si avvicina al tuo pensiero.
Commento di Antonio — Agosto 20, 2008 @ 1:03 pm