(Piccola parentesi: ci terrei a specificare che tutte le foto presenti nel blog sono opera mia o di mr trip, scenari dei nostri viaggi e delle nostre passioni).
Giugno 30, 2008
Giugno 29, 2008
Giugno 21, 2008
Dialogo tra pessy e la responsabile amministrativa
R.a.: Come va pessy la tua prima settimana di lavoro qui con noi, ti trovi bene?
p: Certo, molto bene, grazie. Sicuramente i primi giorni sono carichi di difficoltà perché ho tantissimo da imparare…
R.a.: A proposito di questo: hai tutte le informazioni che ti servono o ti manca qualche dato?
p: Qualche dato no, ma qualche rotella sì.
Per Judith
Sto preparando la salsa di fragole e il composto per la mia torta bavarese: il profumo dolce e inteso del preparato mi rilassa e appaga il mio olfatto saturo dei gas inquinanti e dello smog quotidiano.
Mi sento in dovere di dirti che domani vedrò Harry…
Le tue parole rimbalzano nella mia testa e non posso ignorare la loro forza; oh, Judith, mai riuscirò a comprenderti fino in fondo, a seguire i tuoi rapidi cambiamenti, a visualizzare in modo nitido le tue sempre nuove forme e consuetudini. Quasi sempre mi dai l’impressione di non voler essere felice davvero. La tua è una gioia superficiale, momentanea, irrequieta, destinata a precipitare per lasciare il posto alle fobie, al nervosismo e alla smania di ricercare nuovi confini ed orizzonti. La verità è che tu non puoi fare a meno di sentirti sola, lo so da quando ti ho conosciuta, ormai dieci anni fa; la tua reazione a questo stato d’animo è sempre stata la ricerca di qualcosa che materialmente o mentalmente potesse colmare un vuoto profondissimo. I vestiti, la tua collezione di cappelli e berretti, le sbronze del sabato sera, l’immagine che di te vuoi dare e che periodicamente decidi di mutare, in modo drastico ed ossimorico: dalla pink lady, alla fashion lady, dalla dark lady, alla alta-moda lady. Ricordo il giorno in cui, interamente vestita di nero, dall’abbigliamento agli accessori, mi regalasti alcune maglie e persino una tua collana, dicendomi che tu non le avresti più indossate in quanto troppo colorate. Rivedo il nostro incontro della settimana scorsa e il tuo trench anni ‘70 arancione e mi chiedo se tu sia mai stata coerente con le tue idee e con il tuo cuore. Allo stesso modo, metto a confronto le tue parole di una decina di giorni fa circa Harry e l’interruzione del vostro non-rapporto e il fatto che tu oggi sia con lui chissà dove. Non voglio nemmeno sapere dove vi siete trovati e come è andata, il tuo comportamento è assurdo. E bada bene: ho detto assurdo, non irrazionale. Tu sostieni che io sia razionale ma chi mi conosce profondamente lo sa che io non sono niente del genere: tu dici di essere, viceversa, irrazionale, ma non lo sei affatto. Il fatto che tu non pianifichi le cose o le giornate o che tu prenda decisioni continuamente diverse le une dalle altre, non significa che tu sia irrazionale. Per me è irrazionale colui che non segue la ragione ma l’istinto: tu non hai mai seguito il tuo istinto, altrimenti a quest’ora ti saresti trasferita a Firenze da un bel po’. A te piace avere le emicranie, perché il fatto di poterti lamentare, di poter accusare nuovi sintomi e quindi di dare un’immagine di te tormentata, sregolata, senza limiti, intellettuale e dannata allo stesso tempo, è il tuo reale obiettivo. Se realmente ti dessero fastidio le emicranie, la smetteresti di assumere farmaci sopra farmaci e abitueresti il tuo organismo a reagire, a sopportare e a stare meglio. Se veramente volessi Harry, non ti saresti mai trovata un lavoro full time e non lo continueresti ancora adesso, ma ti saresti laureata e te ne saresti scesa. La verità è che a te piace “stare nel mezzo”, hai il terrore di raggiungere una qualsiasi meta, non ami le cose finite e definite ma la burrasca, il lamentarsi della burrasca, il ricercare la burrasca. Così non sarai mai felice davvero Judith, e so che queste parole ti renderanno, nel subconscio, felice. Già, perché così potrai cercare nuove strade per esserlo, e poi negarle di nuovo ancora. A te non importa di come stai davvero, ma solo di quello che possano pensare gli altri di te: se tu veramente fossi la persona indipendente che cerchi di mostrare di essere, non avresti nessun problema nel definire il tuo rapporto con Harry, non ti peserebbe il fatto di non esserti ancora laureata, non cominceresti molte delle tue frasi con: “Lo so che per te non avrà alcun senso quello che sto per dire”.
Sono parole dure quelle che ho scritto, ma di un’ amica che ti vuole bene.
La parità tra i sessi
Mia cara, il giorno in cui ti tapperai le orecchie e non darai più retta a nessuno - media, marito, genitori o amici che siano - e farai le tue scelte in modo indipendente, sarà il momento in cui avrai ottenuto la parità tra i sessi.
(Zia Anna, un giovedì sera)
Giugno 13, 2008
In my head
In risposta ad uno dei commenti al blog
La situazione che vivo a casa non credo cambierà mai; posso solo fare si che sia diverso il mio modo di vederla e di affrontarla. Fortunatamente per me sono una persona in grado di rialzarsi con la stessa facilità con cui si abbatte e deprime, riuscendo però ad acquisire sempre nuova forza e consapevolezza.
L’introspezione mi aiuta, mi fa capire di essere sola, al centro di un immenso oceano, a volte dalle acque placide e rilassate, altre volte, invece, burrascose ed indomite, contro le quali non posso fisicamente niente, ma mentalmente sì. Posso immaginarmi distesa tra la sabbia bianca di un’isola lontana, silenziosa, piena di profumi e colorati alberi in fiore. Posso pensarmi in un ufficio, mentre digito al computer una lettera. Posso sentire le note di una canzone, mentre mio padre sfuria. L’immagine più efficace è di me sotto la doccia, e le sue parole come l’acqua scivolano sulla mia pelle, diventando piacevoli e dolci come una carezza.
Lui ha sempre cercato da farmi credere, e continua tutt’ ora a farlo, che io non sia in grado di gestire la mia vita, che le mie scelte siano sbagliate, che io abbia il carattere di una persona cattiva, dura, aspra e che tratto male le persone: me lo ha ripetuto talmente tante volte che alla fine inconsciamente gli davo ragione, e mi comportavo esattamente come lui voleva che fossi. Lo voleva, per poter avere motivo così di sfogarsi ancora su di me, di arrabbiarsi, di biasimarmi.
La seconda cosa di cui mi sono resa consapevole è che la depressione non è né uno stato d’animo, né un aspetto del carattere di una persona ma una malattia, che può essere guarita.
Mio padre per me oggi è soltanto un puntino che fa parte della mia vita, delle mie giornate, ma che sto imparando a controllare emotivamente. Anche se vivo a casa mi sono resa indipendente economicamente il più possibile, ed evito in ogni modo di fornirgli materiale da potermi rivoltare addosso come uno schiaffo: non gli parlo, molto semplicemente.
Ho cercato di aprire il vecchio baule della felicità concreta, la felicità dei momenti in cui ti senti bene con te stessa, e le piccole gioie derivanti dalle cose: ho ripreso a correre, a suonare il flauto traverso, a curare il mio aspetto fisico, ad uscire con gli amici, a dialogare con persone positive. Sono da sola nell’oceano e il volgersi delle cose dipende solo dalle mie forze: ho inventato tanti piccoli progetti, come organizzare un week end a Parigi, tanti piccoli obiettivi, come tornare al mio peso forma o trovare un bel lavoro. Organizzo le giornate in modo pieno e secondo i miei gusti, rendendomi utile ma anche trovando lo spazio per me stessa; in questo modo lui non mi può ferire perché quello che ha da dire non mi interessa più. Ho tante cose da fare ancora e non capisco più perché dovrei lasciare che la mia persona venga manipolata da qualcuno che non vuole il mio bene e la mia felicità.
Certo, continuano ad esserci “giornate no” ma ho imparato a non cercare di soffocarle o di ignorarle, tentando la strada della felicità a tutti i costi: ognuno di noi a volte è triste, ma mi sforzo di dedicarmi alla mia giornata comunque e in genere succede che dopo un po’ si verifica un evento o incontro una persona, o anche solo uno sguardo, che mi fanno sorridere, regalandomi nuova forza ancora.





