- Vado nella mia stanza a suicidarmi, mamma.
- Va bene, ma prima almeno mettila un po’ in ordine.
- Vado nella mia stanza a suicidarmi, mamma.
- Va bene, ma prima almeno mettila un po’ in ordine.
Il sole comincia a scendere sull’orizzonte, lento ed accaldato, infuocando il cielo per renderlo ambrato e magico, come ogni sera, al tramonto. Il rumore delle onde che si infrangono sugli scogli… luogo comune, frase banale, lo so, ma è uno dei suoni più rilassanti e distensivi per la mente che io abbia mai percepito.
Primo giorno di vacanza: scoprendo la natura e la pace dentro me stessa. Poco fa ascoltavo il mio corpo mentre si immergeva nell’acqua fresca del mare, e lasciavo stare da parte ogni pensiero estraneo alle mere sensazioni fisiche che in ogni istante provavo. La corrente marina che cambia, il mio corpo che incontra temperature mutevoli sotto la superficie, assieme a pesci colorati e vari, il moto simmetrico e ritmico dei miei muscoli che muovono, che spostano, che faticano.
Ammiro un mondo sottomarino attraverso il vetro della maschera subacquea, fatto di incontri, di vita, di non esistenza, di bioritmi paralleli e differenti da quello umano, forme distinte e cariche di istintive paure.
Ora l’orizzonte si staglia davanti ai miei occhi ed è simile ad una linea orizzontale di colore blu intenso, sopra alla quale stanno montagne curvilinee che la luce dipinge di azzurro. Un cielo terso, accarezzato da una lieve brezza carica di aromi e della condizione di sospensione in cui il mio animo sta in questo momento.
Ripenso a quando mi trovavo in questo stesso posto due anni fa, per la prima volta, con Digo.
Ripenso a quanto ero nervosa, al modo in cui stavo piegando la mia energia, alle esperienze negative incise su me stessa.
Quante cose sono cambiate da allora; come sono cambiata io da allora.
Di sicuro non ho più permesso ad un uomo che la mia persona e le mie sofferenze venissero ignorate, soprattutto se la fonte del mio dolore era quello stesso uomo: ho inoltre capito la differenza tra la solitudine fisica e quella psicologica.
Sto cercando di cambiare quanto di me sia a livello caratteriale che fisico non amo, e lo sto facendo per me sola, non per inseguire canoni standard e mediatici o inseguire un ipotetico modello superiore: semplicemente per stare bene.
Ho ricominciato a fare sport e a mangiare sano, a rimodellare il mio corpo. Sentire che mi sto prendendo cura di me mi aiuta mentalmente: mentre infilo le scarpe da corsa, quando sciolgo i capelli intrisi di sudore, è come se oltre a curare il mio fisico curassi anche le ferite dentro, piano piano, dolcemente e con amore. Mentre sento il peso del mio corpo fare pressione sui muscoli dei polpacci, e il piede che solleva la mia massa per spostarla in avanti, svuoto ogni pensiero, mi libero della tensione, percorro sentieri alberati, ombrosi e silenziosi, chilometro dopo chilometro, sola con me stessa e la mi passione, sorrido pensando che è bello avere il coraggio di ascoltare il proprio io più profondo, esaminare la coscienza per perseguire un benessere reale, interiore.
Quel benessere ora è qui, con me, la mia dolce metà e questo mare sconfinato.
Eppure ci sono persone che non vogliono essere felici, che trovano cool la depressione, l’alcol, tutto ciò che è diverso, eccentrico, sregolato, fuori dagli schemi. Io trovo che un simile atteggiamento sia tanto triste: passi la vita cercando di “distinguerti”, osannando un libertà mentale e di atteggiamenti che, nei fatti, si traduce in una prigionia dell’ossessione per la mediocrità e la massa omogenea, standardizzata e abitudinaria.
Mostrare una costante ricerca dell’alternativa a qualsiasi sistema e circostanza non credo sia una forma di libertà, ma una catena pesante che si trascina senza fine alcuno. Credo sia più intelligente, invece, ignorare se qualcosa di quanto facciamo sia o meno compiuto anche dal resto delle persone: io sono così, mi vedo con questa persona, leggo questi libri, ascolto questa musica solo perchè mi fa stare bene. Stop. In fondo la vita è una sola e breve, per cui non vedo altro modo per viverla in modo vero e assoluto, pieno.
Io sono l’ombra, e lui è il sole.
La luce che abbaglia e confonde, che riscalda e rassicura, che fa risplendere le cose per renderle più preziose.
Io sono la malinconia, e lui è la gioia.
La felicità che trabocca dallo sguardo mentre mi tiene per mano e mi sussurra un dolce amore, fatto di comprensione e pazienza infinite.
Io sono il vento volubile, e lui è la terra stabile ed eterna.
Io sono poco più di un soffio leggero ed inconsistente, vibrante e mutevole, piena di ammirazione per la sua determinazione, costanza e coerenza.
Lui riempie la mia mente di sogni che con le sue mani sa costruire, deformando le parole per mutarle nella concretezza delle cose.
Tra le mie ali ogni istante si perde e ritorna su di lui, sotto la forma del ricordo.
Lui è un continuo viaggio dentro me stessa, che mi costringe a rivalutarmi, a riposizionare le mie convinzioni, che mi obbliga ad affrontare ostacoli e difficoltà nuovi, per diventare di volta in volta più forte e per sentirmi maggiormente vicina a lui.
Vorrei ringraziarlo, per tutto questo e per molto altro ancora, ma forse preferirò semplicemente amarlo.
L’ odore dell’amido sui colletti
Le giacche di fine sartoria che vestono perfettamente i corpi dei dirigenti
La formalità delle discussioni
Il carattere economico, politico, statistico degli argomenti
Le conversazioni telefoniche in inglese o in spagnolo
I sorrisi sinceri dei fornitori
I sorrisi di circostanza dei fornitori
La cortesia forzata delle colleghe
Tanti interni telefonici che squillano
I cioccolatini al caffè nelle vaschette e i boccioni dell’acqua sempre fresca
I buyers sempre indaffarati
Le scrivanie traboccanti di documenti
La quattordicesima
La possibilità di crescere professionalmente ogni giorno
I corsi di aggiornamento il sabato mattina
l’ autocontrollo e l’ organizzazione delle cose
Adoro il mio lavoro e quella micro società vibrante e mutevole che è l’azienda per cui ogni mattina mi alzo alle 7.30 e dalla quale mi sento protetta e apprezzata.
Amo i tre piani su cui sono disposti gli uffici, gli open space, le centinaia di clienti che si servono dei nostri prodotti e il profumo della scrivania che viene pulita ogni mattina dalla donna di servizio.
A volte mi rende proprio felice trovarmi lì, tra quelle mura, e fare parte in modo attivo di tutto questo.
mr tr: Sai pessy, oggi ho fatto una cosa che tu mi accusi sempre di non fare mai, anche se dovrei…
p: Ti sei fatto una doccia?
mr tr: No…
p: Ti sei pettinato?
mr tr: Mmmmh… no…
p: Hai giurato dinnanzi alla statua della Madonna del Carmine che non arriverai mai più in ritardo agli appuntamenti con me?
mr tr: Ehi cosa vorresti dire? Comunque non si tratta di questo…
p: Hai chiesto a mio padre di trasferirsi in un’altra Regione e di non rompere più le balle?
mr tr: Pessy, basta!
p: Ho capito! Vuoi dirmi che hai deciso di regalarmi quel delizioso Tamagotchi che abbiamo visto l’altro sabato al negozio!
mr tr: …
p: ….
- minuto di silenzio e di sguardi interrogativi -
mr tr: Ok, me ne vado.
Salgo in macchina e guardo il Tupperware sul tappettino del lato passeggero con aria sconsolata e per un istante penso che forse dovrei buttare la pasta che sta lì dentro da due giorni in attesa di essere mangiata da qualcuno. Anche perché potrei giurare che un fusillo stesse cercando di salutarmi ieri mattina e io credo di avergli pure risposto con un amichevole sorriso.
Chissà, forse i fusilli sanno come fare per permettermi di comunicare con il mio amico Aris, un uomo croato che vive a Malinska e di italiano non parla una parola e l’ inglese non sa nemmeno che esista. Il fatto è che quest’anno le vacanze andranno un po’ così: ho iniziato un nuovo lavoro da un mese, mi hanno appena prorogato il contratto fino a fine settembre e mi trovo costretta a rivedere i giorni di ferie prenotati a Krk. Il problema vero è che la prenotazione è consistita in questo: io e Mr Trip siamo andati in giornata in Croazia e ci siamo recati al ristorante di Aris; lui ci conosce e quindi ha capito non appena ci ha visti il motivo della visita e quale appartamento volevamo affittare. Con un dito sul calendario abbiamo indicato i giorni scelti, ci siamo stretti le mani e senza dare acconti o lasciare il nostro telefono ce ne siamo dipartiti. Ora, avrei bisogno di spostare il nostro arrivo di uno o due giorni ma non riesco a telefonargli e, anche se dovessi riuscirci, non saprei come spiegarmi.
Ho persino mandato un sms in un linguaggio pseudo - croato composto di parole prese dai traduttori online che suona come il messaggio di una persona affetta da gravi disturbi psichici.
E’ tanto se non mi risponde con una bestemmia.
In croato però.
(Piccola parentesi: ci terrei a specificare che tutte le foto presenti nel blog sono opera mia o di mr trip, scenari dei nostri viaggi e delle nostre passioni).
R.a.: Come va pessy la tua prima settimana di lavoro qui con noi, ti trovi bene?
p: Certo, molto bene, grazie. Sicuramente i primi giorni sono carichi di difficoltà perché ho tantissimo da imparare…
R.a.: A proposito di questo: hai tutte le informazioni che ti servono o ti manca qualche dato?
p: Qualche dato no, ma qualche rotella sì.
Sto preparando la salsa di fragole e il composto per la mia torta bavarese: il profumo dolce e inteso del preparato mi rilassa e appaga il mio olfatto saturo dei gas inquinanti e dello smog quotidiano.
Mi sento in dovere di dirti che domani vedrò Harry…
Le tue parole rimbalzano nella mia testa e non posso ignorare la loro forza; oh, Judith, mai riuscirò a comprenderti fino in fondo, a seguire i tuoi rapidi cambiamenti, a visualizzare in modo nitido le tue sempre nuove forme e consuetudini. Quasi sempre mi dai l’impressione di non voler essere felice davvero. La tua è una gioia superficiale, momentanea, irrequieta, destinata a precipitare per lasciare il posto alle fobie, al nervosismo e alla smania di ricercare nuovi confini ed orizzonti. La verità è che tu non puoi fare a meno di sentirti sola, lo so da quando ti ho conosciuta, ormai dieci anni fa; la tua reazione a questo stato d’animo è sempre stata la ricerca di qualcosa che materialmente o mentalmente potesse colmare un vuoto profondissimo. I vestiti, la tua collezione di cappelli e berretti, le sbronze del sabato sera, l’immagine che di te vuoi dare e che periodicamente decidi di mutare, in modo drastico ed ossimorico: dalla pink lady, alla fashion lady, dalla dark lady, alla alta-moda lady. Ricordo il giorno in cui, interamente vestita di nero, dall’abbigliamento agli accessori, mi regalasti alcune maglie e persino una tua collana, dicendomi che tu non le avresti più indossate in quanto troppo colorate. Rivedo il nostro incontro della settimana scorsa e il tuo trench anni ‘70 arancione e mi chiedo se tu sia mai stata coerente con le tue idee e con il tuo cuore. Allo stesso modo, metto a confronto le tue parole di una decina di giorni fa circa Harry e l’interruzione del vostro non-rapporto e il fatto che tu oggi sia con lui chissà dove. Non voglio nemmeno sapere dove vi siete trovati e come è andata, il tuo comportamento è assurdo. E bada bene: ho detto assurdo, non irrazionale. Tu sostieni che io sia razionale ma chi mi conosce profondamente lo sa che io non sono niente del genere: tu dici di essere, viceversa, irrazionale, ma non lo sei affatto. Il fatto che tu non pianifichi le cose o le giornate o che tu prenda decisioni continuamente diverse le une dalle altre, non significa che tu sia irrazionale. Per me è irrazionale colui che non segue la ragione ma l’istinto: tu non hai mai seguito il tuo istinto, altrimenti a quest’ora ti saresti trasferita a Firenze da un bel po’. A te piace avere le emicranie, perché il fatto di poterti lamentare, di poter accusare nuovi sintomi e quindi di dare un’immagine di te tormentata, sregolata, senza limiti, intellettuale e dannata allo stesso tempo, è il tuo reale obiettivo. Se realmente ti dessero fastidio le emicranie, la smetteresti di assumere farmaci sopra farmaci e abitueresti il tuo organismo a reagire, a sopportare e a stare meglio. Se veramente volessi Harry, non ti saresti mai trovata un lavoro full time e non lo continueresti ancora adesso, ma ti saresti laureata e te ne saresti scesa. La verità è che a te piace “stare nel mezzo”, hai il terrore di raggiungere una qualsiasi meta, non ami le cose finite e definite ma la burrasca, il lamentarsi della burrasca, il ricercare la burrasca. Così non sarai mai felice davvero Judith, e so che queste parole ti renderanno, nel subconscio, felice. Già, perché così potrai cercare nuove strade per esserlo, e poi negarle di nuovo ancora. A te non importa di come stai davvero, ma solo di quello che possano pensare gli altri di te: se tu veramente fossi la persona indipendente che cerchi di mostrare di essere, non avresti nessun problema nel definire il tuo rapporto con Harry, non ti peserebbe il fatto di non esserti ancora laureata, non cominceresti molte delle tue frasi con: “Lo so che per te non avrà alcun senso quello che sto per dire”.
Sono parole dure quelle che ho scritto, ma di un’ amica che ti vuole bene.