Saturday night life

“Sei una puttana! Una troia! Io ti immagino lì con i tuoi amici con le gambe aperte sulla panchina!Sempre vestiti nuovi, sempre che esci con gli amici: dove li prendi i soldi, eh rispondi, vai a battere?” “Tu sbagli sempre e non mi piace come ti stai comportando, mi stai facendo incazzare e poi vedi cosa ti faccio” “Eh, già, ma tu sei quella delle novità, quella che ogni tot di tempo se ne esce fuori con una bella notizia tipo che molli l’università; e devi ancora prendere una strada e seguirla fino in fondo, molli tutto a metà senza riuscire mai in niente”. “Dove sei stata fino a quest’ ora? A fare la puttana in giro?!” “E quella lì, quella Judith, non è una tua amica, tu credi che lo sia ma non lo è! Ti prende solo per il culo, è una falsa, non gliene frega niente di te, non mi piace che esci con lei!” “Puttana!”

Alzo gli occhi verso il soffitto della stanza, poi fisso le pupille di mio padre: sono dilatate, nervose, irrequiete. Io lo guardo e non riesco e controbattere, non questa volta; sono stanca e preferisco starmene zitta sulla soglia dell’ingresso in sala, ascoltando le sue parole mentre si conficcano nel mio petto. Sono le 4.00 di un sabato mattina, penso che probabilmente avrà svegliato di nuovo i vicini con le grida, e per forza di cose anche mia madre, che se ne sta tranquillamente a letto, pur sentendo la discussione, eppure ignorandola e tacitamente approvandola. Ripenso alla settimana di lavoro appena lasciata alle spalle, a Judith, al mio ragazzo, ai nostri amici, alla serata trascorsa guardando un film e chiacchierando tra di noi, a quanto poco mio padre mi conosca o abbia voglia di conoscermi. Quando, dopo circa un quarto d’ora termina di sciorinare ingiurie e insulti sulla mia faccia, riesco solo a dirgli: “Se hai finito, io andrei a letto” facendolo così arrabbiare ancora di più. Ma tanto ormai sono anni che subisco scenate simili a questa e so per esperienza che niente riuscirebbe a trattenerlo o farlo ragionare: nessun atteggiamento o risposta cambierebbe la situazione, perché lui ha deciso che ha bisogno di sfogarsi su di me. Vado in bagno, mentre sento che sale le scale borbottando e inveendo contro di me. Mi guardo allo specchio, mi tolgo il trucco, sciacquo il viso. In camera mi distendo sul letto, incrocio le gambe e appoggio la testa sulle mani, le braccia piegate dietro la nuca. Sento che le sue parole stringono il cuore e la gola, quasi facendomi soffocare, come un laccio stretto e implacabile. Lui che mi strattona. Lui che mi tira uno schiaffo. Lui che mi tira i capelli. Lui che mi dice che sono una puttana. Lui che mi scuote forte stringendomi il braccio destro. Lui che butta per terra i miei libri. Lui che urla. Lui che cambia espressione del volto, oscurando l’immagine di papà meraviglioso che mi faceva giocare, che mi abbracciava, che mi diceva che disegnavo bene, che ero brava. Lui che incrina le sopracciglia e piega le labbra verso il basso, in una smorfia di disgusto. Lui che muta di nuovo espressione per mostrarsi in pubblico sereno, comprensivo, orgoglioso di me e perfetto padre di famiglia felice. Qualche lacrima bagna il cuscino ma il sentimento che invade la mia mente è la rabbia per le sue parole cattive, senza senso, urlate verso una figlia che studia, lavora, si mantiene e non ha mai avuto problemi con la legge.

Il giorno successivo è pronto uno scatolone con i miei vestiti, e ancora oggi mi pento di non aver dato retta a me stessa ed essermene andata di casa.

Annunci

L’ultima glaciazione

Mi sto chiedendo per quale motivo i rapporti tra i membri della mia famiglia non riescano ad essere civili e corretti in nessuna occasione. Mi chiedo anche se tutto questo negli anni non abbia incrinato definitivamente ed in modo incontrovertibile la mia capacità di socializzazione, anche elementare, di base, con il prossimo, e non mi abbia reso egoista e incapace di accettare delle critiche.
Sto cercando, giorno dopo giorno, di costruirmi una nuova vita, psicologicamente parlando, ricollegando i ricordi e scavando nel passato nascosto per capire profondamente il perché di tanti miei atteggiamenti e stati d’animo distruttivi, negativi.
Ricordo un passato perfetto, idilliaco, felice e sereno fino all’età di dieci – undici anni; poi un declino umorale lento ma incisivo, che non ha mai smesso di avanzare, per continuare con un aumento vertiginoso della discesa negli ultimi sette anni, che ha accelerato la velocità di caduta, trasformando i miei errori in valanghe enormi e dal potere devastante sull’ animo.
Ho provato ad osservare la mia persona e la mia vita dall’esterno, come se una “me oggettiva” fungesse da psicologa, e un’ altra “me” costituisse la paziente sottoposta alla seduta.
Attualmente sono disoccupata da circa un mese, nessuna laurea, un diploma in maturità linguistica, fidanzata, pochi amici, tanti hobbies, troppe paure e troppo poco coraggio di seguire le mie aspirazioni.
Situazione familiare: abito con i miei genitori, mia sorella si è sposata circa due anni fa. Il rapporto con i miei genitori è superficiale, senza emozioni, né dialogo. La mia mente focalizza un incontro surreale con mia madre e mio padre, posizionandoci a triangolo, l’uno di fronte all’altro, in una stanza priva di qualsiasi mobilio o altro, dalle pareti e il pavimento bianchi. I nostri volti sono ghiacciati, come le parole vacue e spente che ci scambiamo di solito nella realtà; lo sguardo assente e privo di emozione, le mani tese lungo i fianchi, a voler indicare la non intenzione di stabilire con gli altri elementi un approccio di tipo umano. Stiamo così per anni, decenni, invecchiando nella pelle, nel colore dei capelli, nella curvatura della schiena e delle carni: ma senza cambiare espressione, senza cambiare dentro.
Già, cosa c’è dentro a quelle tre mummie di vetro gelido? Una nuvola nera, fatta di bugie, indifferenza, egoismo, imposizioni, negazioni, rifiuti.
Io mi sento un rifiuto: rifiutata da loro, dal mondo del lavoro, da alcune persone, da me stessa. Tante volte non ho avuto la forza di alzarmi dal letto e ci sono rimasta per ore, cercando di trovare da qualche parte un buon motivo per continuare a vivere, a scendere da quel letto per trascinarmi in cucina, fare colazione e vegetare fino al rientro da lavoro dei miei, pranzare nel silenzio con lo stesso menu da vent’anni, facendomi uccidere ogni giorno ancora un po’ da quel non vedermi, non ascoltarmi, non interessarsi a me. Per me un giorno nuovo significava dover affrontare il mio assassino, per consegnargli un pezzo della mia anima e dei miei sogni, e sentirmi così, di giorno in giorno, svuotata di qualsiasi aspettativa, emozione, ideale, concetto.
Ecco perché non ho la forza di credere in me stessa e nelle mie potenzialità: e credo che questo sia il problema che dovrò affrontare e cambiare in un modo di essere opposto e positivo.
Stavo per distruggere me stessa, emotivamente e fisicamente: ecco perché un percorso a ritroso si è reso indispensabile, per non morire.
Rinascere per guardare alla vita e alle persone con occhi nuovi, scevri di pregiudizi, soprattutto su me stessa: il soffocante silenzio che pesava su questa casa e sulla mia coscienza rimane, ma nella forma di pace e benessere. Non considero i miei inquilini né come nemici, né come amici: sono quelli che mi hanno fatta nascere e che ora abitano insieme a me. Ma che non si permettano di abbattermi o di avvilirmi; possono continuare a ferirsi tra di loro, a nientificare il senso delle loro vite, mi hanno fatto sentire una nullità, una fallita, mi hanno fatto desiderare di cessare di esistere, deridendo per giunta questo stato d’animo e non considerandolo grave ed importante. La loro indifferenza si ritorcerà contro, io non sono più in grado di volere loro bene.

Il ritorno a casa

In questo ultimo anno mi sono trovata ad operare numerose scelte piuttosto difficili per me, emotivamente e psicologicamente; ho rivisitato ed esaminato profondamente numerose volte la mia vita, le decisioni prese in passato, gli errori commessi, le persone frequentate e lasciate o con cui non ho mantenuto i contatti, e quelle che invece persistono al mio fianco. Sto imparando a conoscermi perché, per quanto mi riguarda, trovo che ampie porzioni del mio carattere e dei miei desideri siano sconosciuti perfino a me stessa. Questo perché, purtroppo, molte delle mie azioni sono state compiute non in modo consapevole e maturo, ma soltanto perché mi trovavo spinta a compierle alla luce e in virtù di una sorta di insieme coerente e logico di concetti, insegnamenti e valori che mi erano stati insegnati da bambina.

I primi screzi tra la mia coscienza e il mio bagaglio culturale-ideologico si sono verificati quando avevo quindici anni e cominciai a rendermi conto che tra ciò che si presentava ai miei sensi come “reale” era assai lontano dal coincidere con il “vero”.
In primis fu la mia famiglia a pormi dinnanzi agli occhi costanti atteggiamenti di ipocrisia, assenza di reale amore ed interesse nei miei confronti: ai miei genitori sfugge a tutt’ oggi il punto di base della questione che ha fatto incrinare i nostri rapporti, e cioè che io sono sempre stata, sin dalla nascita, una persona, un essere umano mentalmente, emotivamente e caratterialmente indipendente. Da parte loro, invece, c’è sempre stato una volontà di uniformarmi alla massa, alla mediocrità e ad un ideale di famiglia medio-borghese unita e compatta a tutti i costi e secondo una forma prestabilita. Ma da quando ho iniziato a dimostrare un carattere estremamente incompatibile con quanto loro desideravano da me, la loro non volontà di assecondare il mio modo di essere mi ha cambiata e allontanata enormemente dai propositi iniziali, rendendomi nervosa, ribelle a priori relativamente a qualsiasi loro asserzione, viziosa e incapace di pormi dei limiti o di rispettare quelli altrui.
Per me è oggi molto difficile ammettere che non sono per nulla orgogliosa di molte delle cose che ho fatto e detto in passato; ma devo anche dire che non per questo rinneghi qualcosa di ciò che sono stata, perché mi ha aiutata a divenire consapevole di una quantità di aspetti e pensieri a cui non sarei mai potuta arrivare se non ci fossero stati quei trascorsi esistenziali. Le brutte esperienze, la depressione, l’isterismo, l’insicurezza sono legate al continuo rimandare sulle spalle di qualcun altro o di qualche cosa d’altro quello che è uno dei nodi cruciali che anche oggi mi impediscono di maturare, e cioè, il sostanziale immobilismo esistenziale a fronte però di una volontà e di un bisogno incredibile di cambiamento radicale. Io credo si tratti sostanzialmente di mancanza di coraggio e di volontà, e sto cercando con tutta me stessa di uscire dalla spirale delle giustificazioni di comodo, della strada fatta di bambagia, dell’auto-compassione.
I punti cruciali, che mi hanno permesso di intravedere e di recuperare la mia strada, svoltando finalmente verso la vera me stessa, sono stati lasciare l’università, sforzarmi di riprendere il dialogo con i miei genitori e mia sorella, scegliere una direzione precisa e non più sfocata e confusionale e utilizzare tutta la mia forza e passione per raggiungerla; il che significa, cambiare profondamente me e rivedere ogni mio aspetto e punto di vista. Sembra banale e poco reale ma mi sono resa conto che avrei dovuto dare retta a due concetti che quando ero bambina ero solita ripetere e rispettare: seguire i propri sogni e aspirazioni è il solo modo per essere davvero felici, e che ogni giorno è buono per ricominciare.

Apollineo e Dionisiaco

Ho iniziato a leggere “Storia della Bellezza” a cura di Umberto Eco; sin dalle prime pagine traspare un orientamento relativista circa il tentativo di definizione di Bello e Bellezza, un relativismo che deve essere letto come strettamente legato allo sfondo culturale, storico e politico inerente ad ogni periodo artistico.
Mi ha incuriosita molto però, come sia comune, tra le culture più diverse, l’ accoppiamento delle diadi bello/buono e brutto/cattivo così come pure luce/buono e buio/cattivo. In realtà, già nell’antica Grecia veniva contemplato l’accostamento tra Apollineo e Dionisiaco, come testimonia la duplice raffigurazione delle rispettive divinità, Apollo e Dioniso, l’uno sul frontone occidentale l’altro sul frontone orientale del tempio di Delfi; ma sarà tematizzata soltanto molti secoli più tardi da Nietzsche.
Lo strascico di questi insegnamenti rimane tutt’oggi dai più letto in maniera confusa e superficiale; per questo (quasi) tutta i libri per l’infanzia e l’adolescenza sono pieni di rinvii ad una visione dualistica e quanto mai sbagliata circa le modalità di manifestazione delle virtù e, soprattutto, su cosa sia la virtù, o per dirla in termini semplicistici ma tremendamente diffusi, su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato.
Qualsiasi affermazione che sia volta a generare proposizioni assolute è errata secondo me; qualsiasi codice morale o etico è relativo perché sono gli uomini e scriverlo e ad imporlo; la stessa legge è relativa, non è né giusta né sbagliata, e come tale deve essere concepita ed interpretata.
Nessuna morale è corretta: sta al singolo individuo andare ad interrogare se stesso, a svuotare la propria coscienza dai preconcetti per riempirla dei valori, dei pensieri e dell’istruzione che maggiormente ritiene essere consona al suo modo di essere e vedere le cose.
Altrimenti ci troveremo a dover ammettere che esistono persone “giuste” e persone “sbagliate”.
Fingiamo l’esistenza sulla Terra di una sola piccola comunità di dieci persone; di comune accordo stabiliscono tutta una serie di regole per la convivenza serena e pacifica del gruppo. Una sorta di decalogo inerente all’ambito politico, sociale, morale, religioso. Con gli anni però, uno dei membri della nostra comunità (chiamiamolo Mr X)felice sente che dentro di sé quel modo di vivere e di vedere le cose non gli appartiene e un senso di frustrazione, di mancanza di libertà, di ipocrisia cresce sempre più forte e soffocante dentro di lui. Un giorno un membro della comunità viene trovato morto, ucciso da Mr X. Come dobbiamo intendere questo suo comportamento e come giudicarlo? Sbagliato, secondo la legge, la morale e la religione: ma giusto per Mr X. Oppure dovremmo ipotizzare che Mr X sia una specie di uomo “mal riuscito”, la devianza o il difetto, rispetto alla perfezione ed esattezza del modo di vivere di tutti gli altri. E come ci si dovrebbe comportare nei suoi confronti: eliminarlo? In questo modo diventeremmo noi stessi degli uccisori, contraddicendo lo stile di vita sostenuto fino a quel momento. Cercare di educarlo? E’ davvero possibile riuscire in questo? Io non credo; Mr X si è sentito appagato quando ha conficcato quel coltello nel ventre dell’uomo. Si è sentito bene, rilassato, finalmente esprimeva un suo stato d’animo, il suo essere. L’esempio va in extremis, ma a questo punto vi chiedo di pensare a tutto ciò che viene insegnato come “sbagliato” e cambiare la prospettiva nell’analizzarlo.

In ogni cosa, che sia della natura o dell’uomo, apollineo e dionisiaco esistono contemporaneamente; forse non sullo stesso piano e non si esprimono nello stesso modo ma giudicare l’uno giusto e l’altro sbagliato mi sembra estremamente illogico e quanto mai presuntuoso. In natura può esistere un ruscello che scorre placido e tranquillo appena fuori da un boschetto di sempreverdi freschi e profumati; ma può esistere anche un tornado, la piena di un fiume, un monsone. Nell’uomo può esistere la fedeltà, la coerenza, il rispetto per gli altri esseri viventi; ma può esistere anche il tradimento, l’ essere volubile, il piacere nell’uccidere altre persone.
Non mi sento di giudicare nessuno, né tantomeno di porre paletti o limiti: credo solo che dovremmo imparare a convivere e a rispettare tutto ciò che è diverso, a non considerare come impossibili o lontane dalla nostra vita imprevisti e catastrofi. Soprattutto dovremmo imparare a limitare le giustificazioni (Dio, il sistema, la cultura, la natura) e assumerci la responsabilità piena delle nostre azioni, cercando di formare noi stessi come esseri pensanti, indipendenti, in un’ ottica globale di convivenza, anche con gli elementi naturali che ci circondano e fondano noi e il nostro pianeta.