3.

In quale angolo del pianeta si nascondeva quella stronza? Correvo sotto la pioggia, stremata e ringhiante, maledettamente furiosa, la cattiveria straripava dai miei occhi, non potevo credere che mi avesse picchiata. Lei e quell’altro stupido del suo amico che si portava a letto, lei e quell’inutilità di uomo che sapeva solo farle da cornice o da eco. Oltrepassai un pontile, il mare si ingrossava al mio incedere, i lampi a tratti tagliavano la notte, folgorandola per un istante. Un ticchettio come di mani che incitano alla violenza, un vociare lontano che non pareva nemmeno umano. Ansimavo appoggiandomi sulle ginocchia, poi uno scatto e un grido. Un altro tuono, un altro istante abbagliante: ma un attimo è sufficiente per intravvedere una figura, per intuire una traiettoria. Sparai un colpo, due colpi. La pistola stretta tra le mani, quasi giunte in una preghiera, ma non sapevo se di morte o di aver sbagliato la mira. Mi avvicinai, nel buio ogni cosa era una spasmodica ombra, ingannevole e impressionante. Solo sabbia lambita dal mare tempestoso, solo un cuore gonfio di vendetta: un’acqua scura e del sangue amaro, nulla era cambiato.

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S.

“Non ricordavo in quali circostanze doveva essere accaduto che io finissi in quel limbo sensoriale” “Come potevi non esserti resa conto di quello che ti stava accadendo?” Trassi un respiro profondo e socchiusi gli occhi, come a cercare l’ispirazione per formulare una giusta risposta. Quanto era difficile confessare la verità delle cose. “Non saprei, S., davvero. E’ come se nella mia mente fosse accaduto una sorta di blackout; di quel giorno mi sono rimaste solo un fascio di sensazioni, e più passa il tempo, più diventano casuali e indecifrabili…” Mi volsi alla finestra. Quel cielo grigio era come un muro tra me e un Dio che mi si negava. “Ti va se usciamo? Potremmo fare due passi al parco Timothy, forse incontreremo anche J.! Le farebbe davvero piacere rivederti!” Sì, J. Proprio lei che era stata la causa di tutto, come no! Del resto, nessuno lo sapeva, e io di certo non volevo che qualcuno ne venisse a conoscenza. Una fitta mi strinse il cuore, fino a farmi tossire. “Scusa, ma come vedi, non sto molto bene. Credo che mi riposerò un po’ adesso”. S. incrinò le labbra e lo sguardo, poi mi sorrise, alzando le spalle: “Come vuoi, ci sentiamo più tardi”. Mi baciò sulla fronte e uscì, mentre io rimasi a guardare attraverso la finestra, aspettando di vederla svoltare l’angolo del palazzo.

L’AVVENIRE

Essere sospesi in una parentesi di vita, senza tempo o spazio.

Come in un sogno (o un incubo?) da cui vorrei svegliarmi, ma una forza me lo impedisce, premendo sui miei occhi, affinché io continui a tenerli chiusi.

Nell’aria uno strano sapore dolciastro, come di vaniglia. O di fragola, non saprei dire con precisione.

Sento la leggerezza nell’anima, l’assenza di turbamento o di preoccupazione.

Rifletto in uno specchio la mia immagine e con sorpresa mi riscopro inesistente.

Ora ricordo, sono morta.